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Progetto Tartarughe

Speciale emergenza Tartarughe marine nell'Alto Adriatico

 

Nella regione Veneto la nostra associazione si è trovata più di tutti impegnata in un’anomala emergenza e problematica che ha interessato molte tartarughe marine della specie Caretta caretta. Dal 27 luglio al 10 settembre è stato stimato che nel bacino dell’Adriatico, a partire dal versante orientale delle coste albanesi, risalendo e discendendo lungo il litorale sino alla regione Marche, oltre 600 sono stati gli esemplari documentati spiaggiati, vivi o morti. Questa emergenza faunistico – ambientale si è caratterizzata per alcune insolite particolarità:
- ha interessato esclusivamente esemplari del 2°-3° anno di vita di un peso variabile tra 0,800 e 2,600 chilogrammi (quindi animali molto giovani);
- tutti gli esemplari erano fortemente denutriti e presentavano un’abbondante infestazione di balani, tanto che soggetti di un peso corporeo di un chilo e mezzo ne avevano dai tre ai quattro etti, provocando perciò un evidente appesantimento e debilitazione (i balani sono crostacei chiamati volgarmente “denti di cane” e siamo abituati ad osservarli attaccati su tutto ciò che a lungo rimane in emersione sulla superficie del mare).
caretta6Il problema consisteva nel fatto che i balani avevano raggiunto un’espansione tale sulle giovani Caretta c. da ricoprire tutta la superficie del corpo, inclusi gli occhi, le narici, la ranfoteca e le parti cutanee, impedendo loro i movimenti, quindi il nuoto, e l’alimentazione, in quanto alcune avevano balani fissati anche sulla lingua e sul palato. Questo dimostra che le tartarughe erano state in superficie e alla deriva per molto tempo senza capacità motorie. Secondo i nostri veterinari bisognerebbe escludere la causa infettiva o debilitativa da inquinanti, che se così fosse stato, avrebbe inevitabilmente coinvolto anche esemplari di età più avanzata. Non resta che fare delle riflessioni su ciò che accomuna gli animali ritrovati, cioè le loro ridotte dimensioni. Bisogna considerare che la Caretta caretta, come tutte le tartarughe e i rettili più in generale, è un animale eterotermo, altrimenti detto a “sangue freddo”, ciò significa che la sua temperatura dipende strettamente dall’ambiente che lo circonda, ed è per questo che si vedono le lucertole crogiolarsi al sole nella stagione calda: non fanno che scaldare il loro sangue per portare la temperatura corporea al livello che permette al metabolismo di funzionare.
Di conseguenza un elevato rapporto superficie - volume, proprio degli esemplari più giovani, non fa che facilitare e velocizzare gli scambi di calore con l’acqua che li circonda. Il clima relativamente freddo che ha caratterizzato buona parte della stagione estiva nella zona nord-orientale dell’Italia non ha permesso all’acqua del mare, in questa parte di Mediterraneo, di riscaldarsi a sufficienza. Le piccole tartarughe, quindi, sfavorite dalla loro modesta massa, potrebbero aver disperso velocemente il loro calore corporeo andando in contro ad ipotermia. Anche noi umani, in inverno, quando le nostre mani restano fuori dalle tasche o dai guanti per un tempo più o meno prolungato, facciamo fatica a muoverle, quasi non le sentiamo più, così anche le tartarughine, intorpidite dal freddo, hanno perso le loro capacità motorie e sono andate alla deriva fino allo spiaggiamento. Tale sindrome, nota come “cold stunning” o stordimento da freddo, non è infrequente nei chelonidi marini, soprattutto nei giovani con ridotta inerzia termica, anche con manifestazioni quasi epidemiche per l’elevato numero di animali coinvolti.
Un altro elemento che ha portato a formulare questa ipotesi è stato il fatto che gli animali non manifestavano patologie sistemiche e, dopo una breve permanenza nelle nostre vasche con acque a temperature tra i 28-30 C°, hanno ripreso subito vitalità (tanto che si è dovuto separarli perché iniziavano ad inseguirsi e a cercare di mordersi fra loro) ed hanno immediatamente accettato (in realtà divorato con voracità) il cibo da noi offerto.
A seconda delle correnti marine, ad ondate più o meno regolari, il mare ha spiaggiato queste giovani e indifese tartarughe. Pur nella gravità di questo spiaggiamento di massa, il fatto che si sia verificato in piena stagione estiva, con comprensibile affollamento di turisti sulle spiagge, ciò ha facilitato il loro rinvenimento e segnalazione e, quindi, un rapido e tempestivo recupero da parte di volontari, delle Capitanerie di Porto o dei bagnanti sensibili al problema. Nella regione Veneto siamo stati quelli ad aver recuperato il maggior numero di esemplari vivi: trentatré, dei quali abbiamo avuto una soddisfacente percentuale di tartarughe riabilitate. Il nostro successo è in parte dovuto alle reminescenze dell’esperienza accumulata in sedici anni di ininterrotta attività nel Salento, ma anche alla capacità di essere riusciti a coinvolgere in tempi rapidissimi le strutture e le persone giuste. Poi il nostro personale del Civico Museo di Jesolo che ha rinunciato a giorni e turni di riposo; il nostro Presidente, che si è prodigato a contattare e coinvolgere diverse aziende jesolane al fine di disporre di vasche e attrezzature atte ad una congrua stabulazione dei sempre più numerosi esemplari degenti, e i soci della nostra associazione, come pure quelli di altre associazioni del territorio che si sono offerti di collaborare. All’inizio portavamo con delle taniche decine di quintali di acqua dal mare al centro veterinario, ma appena è stato possibile, abbiamo allestito un vero e proprio spazio attrezzato per un’adeguata accoglienza e degenza, con vasche dotate di filtri, ossigenatori, salinizzatori e termostati.
La nostra associazione vanta sicuramente in questo settore un’esperienza trentennale, essendo stata la prima in Italia, assieme al WWF, ad interessarsi del recupero, cura e studio di tartarughe marine fondando il primo centro italiano deputato a questa attività nella penisola salentina, in provincia di Lecce.
Era dal 1996 che avevamo in qualche modo congelato i nostri interessi ed iniziative verso questi straordinari rettili marini, ma di fronte ad un così importante problema non potevamo non darcaretta3e il nostro contributo, e così è stato. Siamo stati i primi a muoverci con tempestività e competenza, frutto di tanti anni di esperienza pratica e teorica. Siamo stati i primi e gli unici a destinare risorse economiche per far fronte agli impellenti costi clinico – veterinari (farmaci e attrezzature logistiche), come pure a mettere a disposizione i mezzi di trasporto in dotazione alla nostra associazione o dei nostri soci e volontari. Proprio per questa emergenza abbiamo deciso di devolvere tutti i proventi del cinque per mille destinati da voi nel 2006, a cui abbiamo dovuto aggiungere altre risorse ottenute con le elargizioni liberali dei nostri banchetti in eventi fieristici.
Straordinaria è stata anche la disponibilità messa in campo dal Centro Recupero Tartarughe Marine del Salento, ubicato presso il Parco Naturale Regionale Bosco e Paludi di Rauccio (LE), il cui Direttore Dott. Giacomo Marzano, biologo marino, è stato uno tra i soci fondatori della nostra associazione, nonché dalla Clinica Veterinaria dell’Università di Bari, tramite la mitica Dott.sa Olimpia Lai che ha fornito molteplici consulenze. Fondamentale è stata questa cooperazione in quanto ci ha consentito di alleggerire il carico di animali degenti. Inoltre si deve ricordare la collaborazione avuta con le Capitanerie di Porto di Chioggia e di Venezia. Un particolare ringraziamento lo dobbiamo agli uomini del Corpo Forestale dello Stato Regione Veneto che, sotto il coorcaretta2dinamento del Gen. Alberto Colleselli, hanno trasportato in tempi rapidi esemplari bisognosi di lunga degenza da Jesolo a Lecce ed altri, ormai ristabiliti e pronti per il rilascio in natura, da Lecce a Jesolo. La stessa cosa ha svolto un nostro socio attivo Giovanni Micelli, che ha percorso da solo il lungo viaggio Jesolo – Lecce con ben sedici esemplari bisognosi di urgenti cure. Questi sono gli aspetti che mettono in evidenza lo spirito statutario della nostra associazione ed il perché ci chiamiamo “Associazione per la Ricerca e Conservazione Ambientale 113 Ecologico”.
Dobbiamo poi citare il Museo di Storia Naturale di Venezia, il quale sta svolgendo ricerche bibliografiche ed indagini di approfondimento sui balani che hanno infestato le Caretta c., e in ultimo, non per certo per importanza, la sinergica collaborazione con il WWF Veneto che ha messo in campo volontari e sta lavorando al fine di organizzare un Coordinamento Regionale Operativo in favore di questi animali.
Ma il momento clou, in cui abbiamo visto coronare molti nostri scaretta1acrifici e impegni, è stato il giorno 17 settembre, quando sulla spiaggia del Campeggio International di Jesolo, alla presenza di tantissime personalità, ma anche dei bambini delle scuole elementari locali, abbiamo rilasciato, perfettamente ristabiliti, i primi diciotto esemplari tra numerosi applausi e la commozione di un nutrito e variegato pubblico. Vi hanno partecipato: i Sindaci del Comune di Jesolo, Eraclea, Cavallino Treporti, Chioggia; i funzionari e assessori provinciali e regionali; tutte le forze dell’ordine, dal Corpo Forestale dello Stato con i suoi nuclei speciali della CITES, alle Capitanerie di Porto, Guardia di Finanza, Carabinieri e Polizia Municipale. Anche alcuni presidenti dei nuclei della Protezione Civile della provincia di Venezia erano presenti ed hanno attivamente collaborato nelle fasi di rilascio. Invece il WWF Veneto ha delegato e ha fatto giungere a Jesolo il suo direttore nazionale Michele Candotti e il Dott. Marco Costantini, Resp. WWF Italia Programma Conservazione Mare. L’ufficio stampa del C.F.S. di Roma ha inviato due suoi operatori e giornalisti. Non dimentichiamo che se quel giorno non fosse successo il tragico incidente dei sei parà della Folgore uccisi in Afghanistan, era certa la presenza del Ministro delle Politiche Agricole Luca Zaia, unitamente a quella del Governatore del Veneto Gcaretta4iancarlo Galan e del Presidente della Provincia Francesca Zaccariotto. Personalità che hanno rinnovato la loro disponibilità per la prossima ricorrenza. Spettatori all’evento anche la Dott.sa Loana Pietta dell’Associazione Tarta Etruria e il Dott. Andrea Franzoi, redattore della rivista Testudo Magazine.
Il fatto però più sorprendente è stato che le piccole tartarughe, nonostante il mare agitato, poste ad alcuni metri dal bagnasciuga hanno con energia annaspato e con le proprie forze guadagnato in pochi attimi, tra i flutti, il largo.
Un doveroso ringraziamento lo dobbiamo rivolgere a quelle aziende jesolane che ci hanno sostenuto in questa difficoltosa emergenza, e sono: Pianeta Verde di Giuseppe Bergamo, per le diverse importanti collaborazioni logistiche; La Boutique del Pesce, che ci ha dato decine di chili di pesce gratuitamente, e la ditta Minetto Piscine, la quale ci ha fornito attrezzature atte ad accogliere le numerose tartarughe e a predisporre impiantisca per attivare filtri, pompe, ossigenatori e salinizzatori necessari per una consona stabulazione delle stesse. Infine anche all’Amministrazione Comunale di Jesolo e alla Jesolo Turismo S.p.a., che in soli due giorni hanno organizzato una degna location e accoglienza per gli illustri ospiti.